mercoledì 17 agosto 2011

COLLANA DOCUMENTI - Monografico su Jerzy Grotowski

Collana Documenti


Monografico su Jerzy Grotowski


Autori vari - prima edizione giugno 2002 . pagine 127


I N D I C E

- EDITORIALE

- GROTOWSKI POSDOMANI - 21 riflessioni sulla doppia visuale
di Ferdinando Taviani

- 1959 – 1969 - IL TEATRO E' UN LABORATORIO
di Vanessa Polselli

- ECCE AGNUS DEI - Alle origini del Principe costante
di Francesco Di Giovanni

- UN ALBERO CON LE RADICI
Grotowski e il paradosso della comunicazione
di Chiara Guglielmi

- ESSERE NELL'ORIGINE
Da Jerzy Grotowski a Thomas Richards
Riflessioni sul decondizionamento della percezione
di Roberto Rini

- ACTION - L’altra estremità della catena
Presentazione dell’incontro con Mario Biagini del ‘Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards’
Roma, Università “La Sapienza”, 28-30 novembre 2000
di Anna Rita Ciamarra

- JERZY GROTOWSKI - Incontro all’Università ‘La Sapienza’
di Mario Biagini

158 consigli bibliografici

Bibliotec@ Popolare dello Spettacolo - Istruzione per l'uso


Editoriale di Valentina Venturini

Nei teatri di prosa, fino agli inizi del Novecento, campeggiava il grande sipario, quello che saliva diritto in soffitta cominciando a scoprire gli attori dai piedi e che, quando scendeva, per prima cosa li decapitava. A questo sipario, il cui meccanismo era lento e molto faticoso, fu aggiunto il “comodino”, un secondo e più piccolo sipario - arretrato rispetto al “grande” - per scandire gli intervalli fra un atto e l’altro. Mentre il sipario grande faceva bella mostra di sé solo all’inizio e alla fine della rappresentazione, nel frattempo l’“azione” era affidata al “comodino”, soluzione “di comodo” che eliminava la troppo macchinosa manovra del lussuoso sipario a ghigliottina. È al “comodino” che il magazine aspira, questo il sipario che è nello “stemma” del portale.  Nulla di più, né di meno: una “soluzione di comodo” che univa (e ci auguriamo unirà) l’utile al dilettevole passando, però, per un buco.
Un “comodino” e un “buco”. Lo stesso che campeggiava nel grande sipario, magari seminascosto fra gli svolazzi di un angioletto barocco, e che c’era anche nel comodino: un buco non più grosso di una moneta attraverso il quale gli attori spiavano la platea. Anche nel “comodino” di Comoedia c’è un buco protetto da un vetro, il Magazine. Oltre l’“utile e il dilettevole ” (che noi individuiamo nelle sezioni di servizio: informazioni, appuntamenti, recensioni, attualità, collaborazioni con le altre riviste) c’è un buco attraverso il quale è possibile puntare lo sguardo e oltrepassare la cipria che copre la pelle del teatro. Il piccolo sipario di Comoedia potrebbe diventare quella ribalta di cui parlava Sklovskij paragonandola all’allitterazione in poesia: non un simbolo di separazione (fra palco e platea) ma un qualcosa che aumenta le potenzialità. Immaginandolo sull’orlo di questa metafora, il Magazine è quel buco nel sipario che, a volte, può consentirci di vedere, al di là del velluto, l’onda di Hokusai. Un’inquadratura straordinaria che supera la visione prospettica geometrica a favore di un paradosso visivo:  il mare che si alza sopra la montagna. Uomini, barche e il Monte Fuji che si perdono come dettagli nel grande fluttuare della natura.
Un’onda che, nel suo paradossale innalzarsi al di sopra delle montagne, suggerisce l’impossibile: adottare, fra i flutti, un punto di vista preciso anche se altamente rischioso. Una prospettiva che si appunta come uno spillo fra i versi di William Blake: “Vedere un mondo in un grano di sabbia / Ferma infinità nel palmo della mano”.
La ferma infinità del magazine è nel tentativo di abolire, nelle sue rubriche e nelle sue sezioni, i compartimenti stagni che si innalzano fra un genere e l’altro e fra i modi di pensare e scrivere dei “generi”. Il teatro può essere scritto e insieme detto, letteratura e insieme spettacolo, libro – trattato – teoria - riflessione e teatro materiale;  fra le crepe del teatro può rintanarsi il cinema, come dal montaggio dei fotogrammi cinematografici può sorgere il luogo di un teatro, come negli interni delle inquadrature o nei gesti miniaturizzati offerti da uno schermo...
L’attore occidentale può sognare ancora (insieme al suo spettatore) quell’unità che la tradizione gli ha portato via dal XVII secolo quando il balletto e la danza divisero professionalmente l’attore dal ballerino. Da allora l’attore fu classificato secondo diversi generi - danzatore, mimo, attore, acrobata, cantante - e la classificazione sembrò come spazzar via la sua totalità: negli spettacoli del Rinascimento come in quelli della Commedia dell’Arte, gli attori cantavano, danzavano e recitavano proprio come nell’Opera di Pechino o nel Kabuki.

Tenteremo di parlare di teatro, oltre che attraverso la parola scritta, anche con le voci e i racconti - audio - dei suoi protagonisti, con le immagini (filmati e fotografie) e con percorsi interattivi e ipertestuali in grado di dare un punto di vista appropriato (anche al mezzo di comunicazione) attraverso il fluttuare del mare.
Per arrivare a intravedere l’onda di Hokusai proveremo a passare per il buco del nostro comodino attraverso una scrittura scoscesa che contenga in sé l’energia delle certezze che si infrangono nei flutti e continuamente tentano di ricomporsi nel risucchio.
Una scrittura che sembra non saper mai cosa sia il teatro e che continuamente si interroga sui suoi contorni. E che non ha la pretesa di sostituire un mondo a un grano di sabbia, ma di cercare un’onda nel palmo della mano.



Continua ... 

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